Missione Giornalisti: La Fede ai tempi dei Social

Buona Caccia, Buon Volo e Buona Strada a tutti!

Durante l’estate la Pattuglia del Sito di Gruppo ha lanciato una bella sfida ai nostri ragazzi e ragazze: vestire i panni di veri e propri giornalisti per esplorare, attraverso un’intervista, il rapporto tra la fede e il mondo dei social media.

Hanno raccolto l’invito Francesca Nicoletti (Riparto Ghiacciaio Splendente), Chiara Cuschie (Fuoco Freccia Dorata) e Francesco Trevisin (Clan La Sorgente). Attraverso i loro lavori, ci regalano sfumature e punti di vista unici su come la spiritualità si intreccia oggi con la vita digitale.

Vi lasciamo ai loro articoli, buona lettura!

Sono Francesca del riparto Ghiaccio Splendente di Roncade e ho deciso di intervistare Laura un’aspirante cooperatrice che è stata nella parrocchia di Roncade qualche anno e fa e ora si trova presso le parrocchie di Santa Bertilla e Crea a Spinea. Sono qui con lei per approfondire il suo rapporto tra fede e social e i suoi rischi e pericoli.

  • Tu hai un rapporto con social e fede? Li tieni separati o li vivi insieme?

Credo che la mia fede sia qualcosa che ha a che fare con tutti gli ambiti della mia vita, il modo con cui cerco di vivere il mio stare sui social cerca di essere minimamente evangelico.
Banalmente certi contenuti cerco di evitarli, non metto like a contenuti poco carini o irrispettosi, anche per essere testimonianza di fede: mi è capitato di vedere persone, che hanno un certo ruolo nella Chiesa, che mettevano mi piace a qualcosa a cui non avrebbero dovuto anche perché trovo non sia un bel esempio. Allo stesso tempo non sono una persona che sbandiera la propria fede sui social, li uso ma non per parlare della mia fede.

  • Pensi che i social possano aiutare i giovani ad avvicinarsi alla fede o invece metterli nella “cattiva strada”?

Non penso che i social in sé siano “cattivi” come in tutte le cose dipende dall’utilizzo che ne fai: vedo spesso su Instagram persone che parlano della loro vita di fede in modo bello, in un modo che secondo me può essere anche attrattivo per gli altri, ovviamente se tu vivi un’esperienza al di fuori di Internet può esserlo, ma se non hai ben idea di cosa si sta parlando sì può attrare ma la differenza fa l’incontro con Gesù.

  • Credi sia difficile restare “autentici” sui social parlando di fede? Può esserci il rischio di “mettere in scena” la propria spiritualità quindi mostrare molto sui social ma non fare nulla di concreto?

Non credo perché penso che le persone che parlano della loro fede sui social debbano avere un certo coraggio e una certa consapevolezza della loro spiritualità per farlo. Sicuramente ci sarà una parte di questo rischio ma non lo vedo come il più grande.

  • Parlando sempre di rischi secondo te qual è il più grande? Per esempio, banalizzare la fede, l’odio nei commenti, falsa spiritualità, …

Secondo me ti esponi e parli di cose che non tutti riescono a capire o che non tutti vogliono capire, di base verso la Chiesa c’è un po’ di risentimento o comunque sfiducia quindi c’è chi anche ti prende in giro.
Banalizzare la fede può essere un altro rischio soprattutto se i contenuti che posti sono poco pensati poco attenti o se semplifichi troppo: non devi mostrare solo la tua fede e gli aspetti belli ma bisognerebbe mostrare anche la complessità e le sfide che derivano dal credere.
Credo che un altro rischio sia farsi prendere dal fascino della fama e della popolarità. Per esempio, io posso inserirmi nei social per parlare della mia fede e poi cadere in una logica molto mondana che non è la logica del Vangelo.

  • Per concludere quali consigli daresti ad un giovane su questo argomento?

Credo che la propria fede possa ispirare il proprio modo di vivere i social e possa anche darti dei criteri per abitarli in modo costruttivo e non perché devi mostrarlo agli altri ma per far star bene te stesso. Ǫuindi per esempio, sappiamo tutti come funzionano gli algoritmi, andare contro a questa “dittatura” e pensare in modo critico credo che questa sia la cosa più grande che può darci il Vangelo sull’argomento e di vivere i social in modo responsabile.

Da questa chiacchierata penso si possano trarre vari insegnamenti: la fede non si dimostra mettendosi in mostra ma rimanendo coerenti anche sui social. La fede può diventare una bussola anche nello spazio digitale che ci guida nel rimanere autentici e rispettosi senza seguire le logiche della massa.

Buongiorno a tutti! Sono Francesco, un rover del Clan “La Sorgente” di Roncade. La fede è sempre qualcosa di complicato di cui parlare e mi sono chiesto se, in questo mondo sempre più digitalizzato, sia possibile vivere la propria spiritualità on-line. Ne ho parlato con un mio amico che è scout. 

So che la tua fede è una parte molto importante della tua vita, che vivi una vita spirituale piena. Ti è mai capitato di vedere sui social media contenuti strettamente spirituali?

Certamente, seguo il profilo ufficiale del pontefice e a volte mi capita di vedere reels di quei famosi preti-influencer, hai presente? Quelli che cercano di rendere più appetibile l’esperienza cristiana con dei mezzi in linea con lo sviluppo tecnologico di questi tempi.

Cosa ne pensi di queste figure?

Personalmente credo che sia un tentativo, come ti ho detto, di coinvolgere i giovani. A volte, però, questi tentativi mi sembrano sfociare nel ridicolo o nel superficiale: la fede è a volte una cosa troppo seria per poter essere espressa in trend su Instagram o Tik Tok. Alcuni di questi contenuti fanno anche ridere, sì, ma non basta seguire il canale di un prete per avere una vita di fede. 

Perché non dovrebbe bastare?

Per moltissimi motivi: prima di tutto, la spiritualità spesso nasce da una contemplazione. Trovo molto difficile che contemplando un video una persona possa avere un’esperienza spirituale.
Questa religione da influencer sta distogliendo lo sguardo da ciò che è più importante: non ci si concentra più sulle cose che ci circondano, perché ci appaiono tutte spaventose, noiose, brutte o perfino disumane. Cerchiamo un posto tranquillo nei social, dove è tutto più bello e interessante. 

Scappare non è necessariamente una cosa negativa, però…

Scappare è un comportamento innato: credo che nessuno vorrebbe vivere bombardato da cattive notizie o senza stimoli. Ci si potrebbe anche rifugiare, ipoteticamente, nelle meraviglie del web ma chiudersi da soli nella caverna di Platone non è molto saggio: basterebbe saperci uscire…

… o volerlo, giusto?

Esatto: spesso sappiamo come uscire dal vortice di negatività che ci circonda ma per apatia non ne abbiamo voglia. Allo stesso modo, si potrebbe pigramente pensare che non serva coltivare la propria spiritualità (o che basti coltivarla senza cercare nulla in particolare), invece per crescere nella fede bisogna fare altro.
La fede è una cosa molto, molto personale, siamo entrambi cristiani cattolici, ma già io e te abbiamo vite di fede diverse e una realtà come quella dei social media, in cui il tentativo è quello di fare qualcosa di popolare, per quanto buono sia l’intento, non ha una grande utilità spiritualmente parlando. Quindi bisogna trovare altre strategie.

Cosa intendi con “strategie”?

Ci sono mille cose per cui lodare il Signore e altrettanti modi per farlo: basta pensare a San Francesco, che ha composto un cantico di lode per tutto il Creato. Credo che sia più facile trovare Dio in una foglia o in un gatto che su Instagram.
Oppure possiamo lavorare sulla nostra fede anche dando una mano a chi ci circonda, cercando le cose umane che ci accadono intorno, per esempio quando vedo un bambino giocare, sono molto contento e mi sento più leggero. 
La cosa più importante però è riflettere, ritagliarsi dei momenti di silenzio in cui pensare o pregare, attimi in cui ci si può concentrare su di sé e scavarsi dentro: la nostra fede è come una pianta e per essere rigogliosa, deve crescere su terreno fertile. 

Buona Strada
Francesco Trevisin

Ciao a tutti! Sono Chiara Cuschie del Fuoco Freccia Dorata di Roncade. Ho deciso di affrontare una tematica molto attuale ossia il rapporto tra fede religiosa e il mondo dei social network. L’avvento dei social ha cambiato radicalmente vari aspetti della vita dell’uomo dalla comunicazione al modo di costruire relazioni umane, ma soprattutto ha stravolto il modo in cui le persone vivono la spiritualità, si relazionano con le comunità religiose e diffondono il messaggio divino. L’intervista, dunque, si propone di esplorare come dimensione spirituale e universi digitali siano in realtà profondamente legati, rivelando, dunque, un intreccio tra fede e social media molto più  significativo di quanto siamo comunemente portati a pensare. 

Viviamo in un’epoca in cui gran parte delle relazioni si è spostata online. Secondo te, i social media possono essere considerati un luogo dove poter abitare e condividere la propria fede? 

Ritengo che oggigiorno considerare i social network come qualcosa di estraneo, avulso dalla nostra vita quotidiana sia un po’ un’illusione. Per molte persone, in particolar modo per i giovani, internet non è più un mero passatempo digitale, ma è diventato ormai il luogo principale dove si trascorrono molte ore al giorno, si discute di vari argomenti e si cercano costantemente punti di riferimento. 
La Chiesa, nella sua storia, ha sempre provato a rappresentare un punto di fermo nella società, raggiungendo le persone là dove vivevano davvero, che si trattasse delle piazze dei mercati nei secoli scorsi o dei grandi agglomerati urbani. Attualmente, ignorare i social significherebbe semplicemente decidere di non comunicare con chi popola questo spazio.
Certo, c’è il rischio che tutto diventi rapido e superficiale, ma il punto non è chiudere profili o negare l’utilità dei social network, quanto portare maggiore spessore in un ambiente virtuale, in cui molto spesso gli utenti viaggiano troppo velocemente, senza neanche fermarsi a riflettere.

Oggi sentiamo spesso parlare di “missionari digitali” o di “influencer cattolici/spirituali” che usano reel e storie per parlare di Vangelo. Cosa ne pensi? 

Penso che sia una questione delicata, perché i social funzionano inevitabilmente sull’immagine e sui numeri. Quando si porta la fede online, si rischia facilmente di scivolare in una sorta di vetrina, dove la persona finisce per mettersi al centro e la spiritualità si trasforma quasi in un marchio da promuovere per fare visualizzazioni.
Credo, infatti, che sui social network ci sia un confine molto sottile tra l’essere una testimonianza  autentica e il rischiare di trasformare la fede in un vero e proprio brand che sfocia nella ricerca del consenso personale.
Tuttavia, la differenza sostanziale risiede, come del resto nella vita in generale, nell’intenzione con cui lo si fa. Chi sceglie di condividere la propria esperienza di fede sul web dovrebbe sentirsi solo uno strumento per gli altri, senza costruire un personaggio mediatico. 

Si parla spesso di “chiesa digitale” nata attorno a un profilo o a un podcast. Credi che questo nuovo approccio possa sostituire la concretezza di una comunità parrocchiale reale? 

A mio avviso, una comunità digitale non potrà mai rimpiazzare quella parrocchiale. La fede cristiana ha una caratteristica fondamentale e imprescindibile: necessita della presenza fisica delle persone.
Un podcast o un profilo social possono fare tanto, soprattutto per chi si sente isolato, per chi vive lontano o fa fatica ad avvicinarsi alle realtà tradizionali di Chiesa. Possono accendere una curiosità o offrire un primo spazio di ascolto. Ma restano pur sempre un punto di partenza. ​
La vera vita di comunità è fatta di relazioni reali, di persone con cui ci si confronta attivamente, con cui si condivide lo spazio e il tempo della vita di tutti i giorni. Senza questa concretezza, si rischia di vivere un’esperienza spirituale troppo isolata e autoreferenziale.

I social premiano la velocità e l’emotività, mentre la vita spirituale richiede silenzio, profondità e tempo per riflettere. Come si fa a custodire la propria interiorità senza cadere nell’immediatezza richiesta dai social? 

Sono convinto che il problema principale sia che oggi ci viene insegnato a reagire a tutto subito, mentre la spiritualità ha bisogno dell’esatto contrario, ossia della lentezza. L’algoritmo si alimenta grazie alle reazioni di pancia, alla rabbia o all’entusiasmo immediato, perché sono quelle che fanno scorrere lo schermo più velocemente.
Il punto non è semplicemente staccare la spina ogni tanto, ma recuperare ciò che già Sant’Agostino raccomandava millenni fa: «Noli foras ire, in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas» (Non uscire fuori di te, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità).
Oggi invece facciamo l’esatto opposto, viviamo costantemente proiettati all’esterno, rincorrendo la visibilità e facendoci dettare i ritmi da una macchina. Rientrare nel proprio cuore, come ci ricorda Agostino, è l’unico vero antidoto alla superficialità del web: significa imparare a nutrire pensieri e desideri che non cercano il consenso della folla, ma la pace interiore e spirituale. 

Pensando alla figura di San Carlo Acutis, spesso definito come il primo che ha usato internet per evangelizzare, in che modo la sua testimonianza ha cambiato o sta cambiando il modo in cui i giovani vivono il legame tra fede e tecnologia? 

Il punto forte di Carlo Acutis, secondo me, è che non ha inventato nulla di stravagante, ma ha vissuto la tecnologia con naturalezza. Era un ragazzo normalissimo, che trascorreva il tempo con gli amici, giocava ai videogiochi e, allo stesso tempo, aveva una passione smodata per l’informatica.
Il suo vero insegnamento per i giovani di oggi non è tanto il fatto di aver creato siti web sulla fede, quanto l’aver dimostrato che non bisogna dividere la vita in compartimenti stagni. Non c’è un mondo digitale da cui fuggire e un mondo spirituale in cui rifugiarsi: per lui internet era semplicemente una stanza della propria casa, un luogo da abitare responsabilmente.
Credo che la più grande testimonianza di Carlo Acutis sia quella di far comprendere al mondo intero che la tecnologia non è né buona né cattiva di per sé, ma dipende tutta da chi la usa e dal peso che le dà. Penso di poter dire con certezza quasi assoluta che fede e tecnologia non sono due mondi opposti e contrastanti, bensì due facce della stessa medaglia.

A conclusione di questa intervista ho compreso che i social non sono un mondo nemico della fede. Ho capito che il vero rischio non è farsi contaminare dalla rete, ma perdere la capacità di custodire il silenzio e la profondità interiore. Infine, mi resta la certezza che la tecnologia può servire per accendere una scintilla, ma la fede vera ha sempre bisogno di volti reali e di comunità.

Chiara Cuschie